Le Fiabe

In un battito di ciglia

Biancarosa era tutta triste di dover dire addio all'orso, e quando gli aprì la porta e l’orso, passando frettoloso, rimase attaccato al ganghero lacerandosi un pezzo di pelle, le parve di veder brillare dell’oro sotto la pelle; ma non ne era sicura.
-Da “Biancarosa e Rosarossa” fiaba dei fratelli Grimm

L’intuizione arriva improvvisa, veloce, fugace: in un battito di ciglia. Tra le pieghe del discorso si scorge un bagliore repentino che subito si nasconde. A volte tutto ciò può prendere la forma di uno sguardo, o di un movimento involontario, o del tono della voce che si incrina senza motivo, o di un tocco quasi non deciso. Un elemento estraneo lieve e subitaneo irrompe. La differenza la fa una spaccatura, un’infrazione dello svolgersi del tempo: in un breve istante il tempo sembra fermarsi, quasi diventare circolare, una specie di epifania che esprime qualcosa fuori dall'ordinario, dal consueto, dal quotidiano: l’anima fulminea si manifesta e poi scompare. Da quel momento in poi, per qualcuno, nulla sarà più come prima: il dubbio di quel bagliore si è infiltrato e spingerà, nonostante noi stessi, alla ricerca di quella luce. Ma davanti a noi c'è un orso. Come è possibile? Una persona chiusa, difesa, solitaria, problematica, imprigionata in un modo d’essere che non le corrisponde...

A volte dopo questi brevi attimi di polvere di stelle, tutto si insabbia. Ci si dimentica di quella luce. E si ritorna ad un vivere quotidiano. A volte accade qualcosa che ha il sapore di una magia: è la forza del non dimenticare. Da quel piccolo ricordo un seme d’amore si inizia a coltivare: la realtà più autentica e non ancora attualizzata dell’ altro è immaginata, ricercata, nutrita, rispecchiata e rispettata. Si inizia a credere che sotto quella pelle d’orso, sotto quell’incantesimo, qualcosa di inaspettato e di valore sta aspettando di uscire: come una seconda nascita. Sembra non sia facile nascere un’altra volta, questa volta, da se stessi, dalla propria corazza difensiva. Sembra che per rinascere si abbia bisogno di un testimone-levatrice, quel qualcuno che abbia colto la nostra scintilla e non abbia smesso di credere che ce l’avremmo fatta. Ma quando questo accadde è un vero miracolo che ancora ci fa credere che , grazie all'Amore, la vita non smetterà mai di sorprenderci.

Liberare l'anima dalla gabbia simbiotica

Era una bella serata, il sole brillava fra i tronchi degli alberi, chiaro nel verde cupo della foresta, e la tortora gemeva sulle vecchie betulle. Ogni tanto Jorinda piangeva, si sedeva al sole lamentandosi, e così pure faceva Joringhello. Erano sgomenti come se dovessero morire. Si guardarono intorno: si erano persi e non sapevano come ritrovare la via di casa.
-Da Jorinda e Joringhello, fiaba dei fratelli Grimm

Una delle possibili trappole che impediscono la relazione creativa tra una coppia è la simbiosi: uno stato di dipendenza affettiva che limita il senso d'autonomia e libertà degli individui coinvolti. Jorinda e Joringhello sono due bellissimi giovani promessi sposi: immersi nella foresta sono scossi da un' emozione che li pervade. Il paesaggio che li circonda sembra risuonare dello stesso dolore: un senso di morte. In quel bosco vive una strega che ha il potere di trasformare in uccello ogni vergine che si avvicina al suo castello. I giovani al tramontare del sole si perdono e Jorinda, entrando nel cerchio maledetto viene trasformata dalla potente strega in usignolo. Nessun pianto di Joringhello intenerisce la vecchia, che ingabbia Jorinda-usignolo insieme ad altri settemila uccelli nel suo podere. Joringhello rassegnato si rifugia in un villaggio sconosciuto lavorando come guardiano di pecore. Finché una notte sogna un fiore rosso con una grossa perla al centro in grado di sciogliere l'incantesimo. Al risveglio parte per valli e per monti alla ricerca del magico fiore, che troverà al nono giorno. Grazie a quel fiore riuscirà a riportare Jorinda e le altre vergini ad avere sembianze umane e così coronare il sogno d'amore con la sua amata.

La simbiosi è quello stato di completa dipendenza che il neonato vive nei confronti della madre: una sorta di fusione tra due esseri. La risoluzione della simbiosi porta l'individuo a differenziarsi dalla madre come essere unico e separato, la mancata risoluzione lascia quel senso di identità indifferenziato che espone il soggetto al continuo bisogno di fusione con l'altro; come i nostri protagonisti, che poco si differenziano dal nome e che risuonano con tutto l'ambiente che li circonda. Entrare nella simbiosi è entrare nel regno della madre (simbolica) che ingabbia: la strega che imprigiona l'anima (usignolo). Solo attraverso la distanza, ed un duro lavoro individuale di ricerca delle proprie radici (fiore) si potrà acquisire la capacità di amare e quindi liberarsi dalla gabbia simbiotica.

Il granello origine della perla

Infine una notte sognò di trovare un fiore rosso sangue con in mezzo una perla bella grossa. Egli colse il fiore e andò al castello, e tutto ciò che toccava con il fiore si liberava dall'incantesimo.
-Da Jorinda e Joringhello, fiaba dei fratelli Grimm

L'origine della perla è un'intrusione irritante: un piccolo granello di sabbia penetra nel guscio del mollusco. L'ostrica si ritrova ferita, invasa e impossibilitata a scacciare quella presenza. Così per proteggersi inizia a difendersi, e ricopre quel corpo estraneo di strati concentrici di sue secrezioni di carbonato di calcio: la madreperla. Questa auto produzione, nel buio delle viscere del mollusco, ha sempre evocato nella psiche umana immagini di qualcosa di unico, prezioso, luminoso che si origina da aspetti oscuri e tenebrosi della nostra natura carnale. Per gli antichi mistici persiani la perla rappresentava l'immagine dell'anima immortale nel corpo mortale, per gli alchimisti una "virtù": una tendenza inconscia in grado di ripristinare l'integrità essenziale di ciò che era stato compromesso nel Sé.

In questa fiaba l'immagine del fiore con al centro la grossa perla diventa la cura per sciogliere l'incantesimo che imprigiona l'amata e che simbolicamente abbiamo interpretato come l'anima ingabbiata nella relazione simbiotica. Ciò che colpisce le persone coinvolte in relazioni simbiotiche da una parte è la malia di sentirsi due in uno, quel senso di fusione che scioglie i confini personali da lenire ogni dolore di solitudine, dall'altra confonde a tal punto l'identità di ognuno da compromettere ogni iniziativa d'autonomia: il partner si assenta per un breve periodo e l'altro è in preda ad attacchi d'ansia, terrori d'abbandono, paranoie di tradimenti. Ciò che le persone fanno fatica a comprendere è che chi manca veramente non è l'altro, ma ciò che all'altro inconsapevolmente abbiamo affidato: il senso della nostra vita, il gioiello più prezioso.

L'assenza dell'altro ci scuote, scatena in noi il terrore di perdere il controllo ed il senso della nostra esistenza. La cura diventa la distanza dall'altro, per riaffermare le differenze ed i confini; e quel lavoro di fatica, di sofferenza, di ricostituzione del nostro centro, che si radica (fiore) nel buio delle nostre fragilità (mollusco) partendo proprio dal dolore della mancanza dell'altro, grumo di male (granello), origine di noi stessi, del nostro essere più prezioso: la nostra perla.
L’uomo imprigionato nel desiderio della madre

Al tempo in cui il desiderio serviva ancora a qualcosa, un principe fu stregato da una vecchia maga, che lo chiuse in un grande forno nel bosco.”
Da: “Il Forno” fiaba dei Fratelli Grimm  



L'origine etimologica della parola desiderio è stupenda: dal latino de = “mancanza” sidus= “stella”: il desiderio è il sentire la mancanza della stella, che guida, che augura, che conduce...Quindi: al tempo in cui sentire la mancanza della stella serviva ancora a qualcosa, un principe si ritrova stregato da una maga ed imprigionato in un grande forno. In queste poche righe è espressa tutta la problematica della fiaba che in termini della psicologia analitica si traduce nella condizione di un uomo irretito nel complesso materno. Grazie alla forza del desiderio il Principe sarà liberato.

 Qui, la Madre, nella sua parte più oscura, prende le sembianze simboliche della maga che intrappola il figlio nel grande forno di ferro: immagine di un affetto claustrofobico, ipercaldo, che non permette libertà e conseguentemente amore. La fondamentale funzione materna consiste in un complesso esercizio di cure che hanno lo scopo di aiutare il figlio a radicarsi nella propria natura. Sarà poi la funzione paterna a motivare il figlio a manifestare la propri identità nel mondo Un uomo imprigionato nel complesso materno è un uomo incastrato nel sogno della madre: non può essere ciò che è, ma è ciò che la madre vuole che sia. Questa, invece che fungere da "ponte" affinché il figlio conosca se stesso, si radichi in sé, usa il figlio per alimentare se stessa: lo imprigiona nel forno per essere mangiato!!!

 La fiaba racconta le peripezie che la principessa dovrà affrontare per liberare e finalmente amare il Principe. La spinta che muove la principessa è la forza del suo desiderio. E' interessante notare che in questo caso non è il principe che deve sconfiggere il drago per conquistare la principessa, ma è lei che più volte viene messa alla prova per dare segno dell'amore che la lega al principe. All'interno della psiche dell'uomo la principessa, non solo rappresenta l'immagine della donna, ma simbolizza l'essere dell'uomo nell'aspetto più intimo e di sentimento: l'Anima. É infatti attraverso il recupero del proprio desiderio, del proprio più autentico sentire che l'uomo si libera dalla prigionia di essere ciò che non è.

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